Le Bloc-notes de BHL « À propos des lettres de François Mitterrand à Anne Pingeot » repris en Italie (Le lettere di Mitterrand, se l’amore vive nell’ombra, Corriere della Sera, le 14 octobre 2016)

Francois Mitterrand avec sa maitresse Anne Pingeot se promenant dans la propriete de Francois de Grossouvre dans la Nievre. France - 01/01/1981.

Non sappiamo mai cosa ci riserva il passato. Mai queste parole di Françoise Sagan sono parse così appropriate come nel caso del suo amico François Mitterrand. Sapevamo quanto il personaggio fosse «complesso» e «romanzesco». Nessuno immaginava però che il suo gusto per il romanzesco potesse spingerlo tanto lontano nell’arte della doppia vita. Da un lato il fiorentino, esperto in seduzione, mutevole, cinico. Dall’altro il poeta romantico, innamorato del grande amore, fedele e sincero fino alla disperazione, stendhaliano. E, fra i due, così pochi punti di contatto che si ha la sensazione di due soggettività fuse nello stesso corpo e che coabitano nello stesso cervello. Con un’ulteriore duplice conseguenza: le virtù acquisite sulla prima scena, l’arte della tattica e della manipolazione in cui il leader socialista eccelleva, sembrano improvvisamente di scarsa utilità di fronte ai drammi della seconda scena, alla sua parte di sofferenza e di solitudine (François Mitterrand come un anti Laclos, il generale innamorato che seduceva le donne come si assedia una fortezza, secondo protocolli in fin dei conti identici).

Nelle 1.200 pagine di lettere a Anne Pingeot che formano la cronaca della sua seconda vita, c’è appena una traccia degli eventi che, nello stesso momento, costellavano la prima scena: qualche pagina sul 1981; nessuna sul 1965. Come se avesse vissuto con due calendari: quello della storia ufficiale e quello segreto, per gli altri impercettibile, dove le grandi date sono un tramonto a Hossegor, nelle Lande, o una notte trascorsa accanto all’amata. Quasi si trattasse di un supplemento al Contro Sainte-Beuve. Di un’estensione della legge proustiana secondo cui in ogni scrittore convivono un io sociale e un io profondo che in comune hanno soltanto il nome. Mitterrand non praticava la famosa «compartimentazione» solo fra parentele e amicizie, ma fra sé e sé, come i due teologi di Borges che solo alla fine del racconto si accorgono di essere la stessa persona. Un’altra sorpresa è che la storia d’amore sia potuta rimanere segreta tanto a lungo. Esistono precedenti, naturalmente. Si pensi al vecchio Paul Valéry, che tutti prendevano per un Signor Teste, paralizzato da intelligenza e freddezza, e che era divorato da un folle amore per Jeanne Voilier. Si pensi a Emile Zola che fino alla fine, condusse la strana guerra amorosa, di cui solo molto più tardi si conobbe la violenza, fra la moglie Alexandrine e la sua governante. O forse a Victor Hugo e Juliette Drouet o, meglio, Léonie d’Aunet. Si pensi specialmente a Léon Gambetta e Léonie Léon, un’altra donna sacrificata che per dieci anni visse nell’ombra di un uomo amato di un amore insensato; amore insospettabile per chi li avvicinava, e di cui ci sono giunte un migliaio di lettere. Ma Mitterrand non è Gambetta; le sue «Lettres à Anne» sono di una qualità letteraria ancora superiore a quelle del tribuno del 1871. Soprattutto, egli fu lo statista più spiato della storia della Repubblica; fu il testimone di un’epoca in cui cominciava a svilupparsi quella metodica indiscrezione che nega a ciascuno, e in particolare agli uomini di potere, il diritto a una parte d’ombra e di segreto. Il che non impedì che questa storia restasse un segreto di Stato, il più custodito all’epoca, finché Mitterrand non decise di svelarlo (nel 1994, lasciando pubblicare le foto di sua figlia Mazarine su Paris Match), e solo quando venne dato il consenso dalla destinataria delle lettere e dai due figli del Presidente. Anche per questo ci volle una grande arte. Quella della dissimulazione. La scienza della lettera rubata di cui si servì in altre occasioni e che consiste nel lasciar circolare tutti gli indizi necessari per far sì che il corpo del delitto scompaia nella luce. Ma ci volle pure l’arte della felicità, di cui trovava regole e pratiche in colui che, anche in questo frangente, appare come il suo maestro: Stendhal.

La parte più bella di questa storia è che essa smentisce il luogo comune secondo cui l’amore muore, se viene a mancare l’ossigeno della vita sociale. C’è un altro scrittore che è stato campione di tale concezione. E di questo scrittore, Albert Cohen, Mitterrand fu uno degli ammiratori più costanti. Ma Mitterrand, quando diceva a Bernard Pivot, nel 1977, di considerare Cohen, «insieme a Proust», «uno dei più grandi del secolo», si rendeva conto che la sua avventura personale smentiva sotto ogni aspetto il pessimismo di Cohen? Era consapevole — mentre nei lunghi pranzi nel suo domicilio di rue de Bièvre ascoltava l’autore di queste righe che sosteneva l’attribuzione del Premio Nobel a Albert Cohen — che egli stesso sosteneva, ma in silenzio, con il doppio gioco di una vita e di un’opera ugualmente dissimulate, una passione la cui fiamma bruciava con una luminosità che il vuoto, attorno, rendeva più intensa? È un altro mistero. Ma ecco un libro che dimostra come un grande amore possa vivere, non malgrado, ma grazie all’ombra del deserto dove si è condannati a contare soltanto sulle forze della voluttà. Ecco due amanti che, diversamente da Ariane e Solal, hanno saputo vivere in sintonia mentre l’aria, attorno a loro, diventava sempre più rarefatta. Ed ecco l’incredibile romanzo di un marranismo erotico che, per 32 anni, ha vissuto in un mondo a porte chiuse, o in apnea, dove ci si privava di tutte le risorse della triangolarità e del suo gioco mimetico, e dove il desiderio, tuttavia, sembra aver trionfato fino alla fine. Rendendo pubblica, con tanto pudore ed eleganza, una parte di quella che fu anche la propria vita, Anne Pingeot non si limita a ritoccare qui e là il ritratto del Presidente da lei amato: fa sì che la lunga e bella storia della letteratura amorosa si arricchisca di una variante decisiva.

(traduzione di Daniela Maggioni)

http://www.corriere.it/opinioni/16_ottobre_15/10-cultura-primocorriere-web-sezioni-988fea18-9232-11e6-9b51-b898d7d5d3e3.shtml

Légende photo : Francois Mitterrand et Anne Pingeot se promenant dans la propriété de Francois de Grossouvre dans la Nièvre, en 1981. (VILLARD/SIPA)

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