Claude Lévi-Strauss. Addio al maestro dell’antropologia, di B.-H. Lévy – Corriere della Sera, 4/11/2009

corriere della seraIl ricordo dell’allievo filosofo
«Solo adesso il XX secolo è definitivamente concluso»
La prima cosa che ho pensato, bizzarramente, è stata che era morto un grandissimo scrittore.
Evento piuttosto raro nella vita intellettuale, l’immenso filosofo Claude Lévi-Strauss era ancheclaude lévy strauss
uno straordinario scrittore. Tristi tropici è letteratura magnifica, e anche questo ci mancherà: un pensatore che era pure un maestro di stile letterario.
Con la morte di Lévi-Strauss, che mi riempie di tristezza, si completa la fine del XX secolo. Non è tanto che «scompare l’ultimo dei giganti», come si sente già ripetere piuttosto banalmente un po’ dappertutto: se ne è andato l’ultimo testimone di un’era nata alla fine della Seconda guerra mondiale, che ha raggiunto l’età matura negli anni Sessanta, chiamata per comodità lo strutturalismo, e che è stata la vera grande invenzione filosofica del XX secolo. Tutto questo ha cominciato a vacillare quando Althusser, Lacan e Foucault sono morti; ma il maestro dei maestri, il patron come Jean Paulhan diceva a proposito di Georges Braques, era Lévi-Strauss.

Ha avuto il privilegio di essere un genio riconosciuto in vita. I contemporanei lo citavano esplicitamente come tale, ma esiste un altro modo, ancora più importante, per vedere celebrata la propria opera: è quando il pensiero di un filosofo abita e attraversa un’epoca intera, quando il suo contributo incombe sulle opere dei contemporanei. Questo è il riconoscimento più grande, un omaggio continuo e silenzioso del quale Lévi-Strauss ha goduto mentre era ancora in vita. La sua opera ha lasciato un’impronta decisiva su tutto quello che ha contato in Francia e in Europa dagli anni Cinquanta.

Tutto ciò che viene chiamato strutturalismo, le riflessioni del ’68, il pensiero postmoderno, in
Francia e in Italia, non sarebbero esistiti senza Claude Lévi-Strauss. La domanda da porsi quando
muore un grande è «che cosa non avremmo senza di lui». È una questione per sottrazione. Risposta:
non ci sarebbero stati Foucault, Deleuze, Agamben in Italia, Baudrillard. Lo cito raramente,
ma so con certezza che senza Lévi-Strauss non avrebbero visto la luce i libri che ho scritto in più
o meno trent’anni. L’unica cosa che mi ha diviso da lui è stata la mancanza di impegno politico:
Lévi-Strauss è «il» grande pensatore francese ma rifiutava la nozione stessa di intellettuale, cioè il
filosofo che ha il diritto e talvolta anche il dovere di immischiarsi nelle cose che non lo riguardano.
Ma non voglio insistere su questo aspetto, provo un’ammirazione sconfinata e un’enorme
tristezza. Il nostro sguardo sull’altro, il nostro rispetto verso chi è diverso da noi si è formato grazie
a lui. Spero che, dopo la sua scomparsa, un simile lascito non venga rimesso in discussione.
(testo raccolto da Stefano Montefiori)


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