« J’espère qu’au regard de leur engagement contre le Califat, les Kurdes obtiendront enfin leur Etat », Bernard-Henri Lévy (La Stampa, le 20 novembre 2016)

 

SUITEMOSUL

 

Plusieurs pages ce week-end, dans le quotidien italien La Stampa, étaient consacrées au Kurdistan, ainsi qu’au film de Bernard-Henri Lévy, « Peshmerga« . Le documentaire, tourné en 2015, en remontant les 1000 kilomètres de la ligne de front qui sépare le Kurdistan irakien des troupes de Daech, et alors que les Peshmergas qui participent aujourd’hui à la bataille de Mossoul, devaient encore combattre seuls, sans couverture aérienne, ni coalition internationale les troupe de Daech.

« J’espère qu’au regard de leur engagement total contre le Califat, les Kurdes obtiendront enfin leur indépendance et leur Etat », a confié Bernard-henri Lévy à La Stampa.

 

« Cè un ragazzo in mimetica che si arrampica su un pendio, urla un nome, la telecamera alle sue spalle arranca, un’esplosione invade l’aria e poi si parla di feriti, si corre, si spara, un uomo sorride a chi, immagina, prima o poi vedrà il filmato e con lo sguardo bambino dice «Viva il Kurdistan». «Peshmerga», il documentario girato nel 2015 da Bernard-Henri Lévy risalendo la piana di Ninive al seguito dell’offensiva anti-Isis, inizia trascinando lo spettatore nella guerra che i curdi siriani e iracheni combattono sul terreno da quando non c’era copertura aerea né coalizione internazionale.

«Spero che a fronte dell’impegno contro il Califfato i curdi ottengano finalmente il loro Stato», confida Lévy.

Le sue riprese raccontano un’avanzata molto concreta, con i blindati che si fanno largo tra le pecore e i soldati che interrogano le mappe sorseggiando tè. Sebbene le immagini delle vittime siano ridotte al minimo si respirano polvere e sangue lungo la narrazione di «Peshmerga». «I curdi non hanno il culto della morte che caratterizza i fanatici, amano la vita», osserva la voce fuori campo commentando le foto dei caduti, martiri sacrificatisi non per il Paradiso celeste ma per quello terreno, per la patria curda. I protagonisti di Lévy, che con il film è riuscito a portare i comandanti curdi al cospetto di Hollande e a farli dotare di maschere contro le armi chimiche, sorridono, accolgono donne e bambini in fuga dall’Isis. C’è speranza, ci sono giovani che rinnovano qui la lotta dei nonni contro Saddam, ci sono villaggi riconquistati dove sono rimasti solo i cani come Lévy ricorda di aver visto a Sarajevo, Grozny, Misurata. Ci sono i funerali, tappe necessarie prima dello sprint di quegli stessi peshmerga che oggi assediano Mosul. »

Francesca Paci

 

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