Il sogno europeo sta svanendo e la Francia pensa alla sua identità – Corriere della Sera, 21/11/2009

corrierre bonIl paradosso è fenomenale. E visto da qui, da New York, sui rari giornali che s’ interessano ancora al mio Paese, rasenta il grottesco. Da un lato, si parla di un’ identità francese in pericolo. Abbiamo un ministro dell’ Identità nazionale e dell’ Immigrazione che, come se la patria fosse in pericolo, come se ci fosse il fuoco nella casa dell’ Identità, incarica i prefetti di organizzare un grande dibattito, degli stati generali, sui valori fondanti della «douce France» cara, ci dicono, a Charles Trenet. Ecco addirittura un deputato che, ebbro del clima così creatosi, precipitandosi nella breccia aperta dal ministro e confondendo fra l’ altro il Premio Goncourt con la Legion d’ onore, rimprovera una scrittrice per un’ intervista giudicata nociva all’ «immagine del Paese» e l’ esorta a un «dovere di riserva» che dovrebbe essere, secondo lui, prerogativa di chi ha vinto un premio letterario. Nello stesso tempo, mentre in Francia tutta questa brava gente diverte il pubblico con un dibattito pietoso, mentre da un lato all’ altro dello scacchiere politico si tira di nuovo in ballo la vecchia storia, assai ipocrita, della questione-giusta- che-non-bisogna-lasciare-al-Fronte-Nazionale, esiste invece un’ identità, quella europea, che è realmente in pericolo e di cui – stando alla classica logica della lettera rubata (Poe) o smarrita (Melville), all’ indistruttibile principio secondo cui non c’ è nulla di meglio di una diversione, di un buon lapsus ben articolato o semplicemente di una nuvola d’ inchiostro per occultare una questione imbarazzante – nessuno sembra accorgersi. Non dubito delle qualità di coloro che sono stati nominati presidente e «ministra degli Esteri» dell’ Unione europea. Ma ho dubbi sul modo di designazione, celato, opaco, senza audizione dei candidati. Ho dubbi sui poteri di cui il nuovo Presidente, forte di una legittimità già così mal temprata, potrà avvalersi quando si tratterà di opporsi alle mire russe su Ucraina e Georgia o di far avanzare il dossier sul clima. In compenso, è fin troppo chiaro come sia stata organizzata la penosa macchina che porta al fallimento: che i migliori siano scartati; che i più mediocri, i più insignificanti, coloro che faranno meno ombra ai capi di Stato e di governo fieramente attaccati ai valori nazionali, abbiano la meglio; con l’ effetto automatico che la costruzione europea si veda allora privata, in questo momento critico della sua storia, dei suoi avvocati più carismatici e, talvolta, più focosi (Ah! Tony Blair… Jacques Delors… e, soprattutto, Felipe Gonzales…). La mia generazione ha vissuto nell’ illusione di un’ Europa inevitabile e che, dal momento che si riteneva andasse nel «senso della Storia», si sarebbe costruita qualunque cosa accadesse. Ha vissuto nell’ idea – progressista, letteralmente progressista, anche se si trattava di un progressismo liberale – che l’ Europa si sarebbe edificata da sola, senza strappi, dietro alle nostre spalle, senza che i cittadini se ne accorgessero né, ancor meno, se ne preoccupassero. È quest’ illusione che va in frantumi. È il sogno di un’ Europa facile che si sta dileguando. E l’ attualità del giorno è, lo si voglia o no, lo sfaldamento, l’ esaurimento, ben presto lo smantellamento di un progetto che al suo attivo aveva nientedimeno che una vittoria sul fascismo (Spagna, Grecia, Portogallo), un’ altra sul totalitarismo (la liberazione delle nazioni costitutive di quella che Kundera una volta chiamò «l’ Europa prigioniera»), senza parlare della prodigiosa capacità di fomentare la pace fra nemici che si credeva fossero atavici (Francia e Germania). Allora, a partire da questo, in Francia bisogna scegliere. O si mette a tacere il ministro dell’ Identità nazionale, il signor Eric Besson, oppure si seppellisce definitivamente l’ Europa. O si cede alla diversione nazionalista, oppure si rinuncia al bel progetto di quell’ oggetto politico di nuovo tipo, di quella chimera istituzionale e ideologica che era la costruzione europea. In ogni caso, non si può fare entrambe le cose: da un lato, in Francia lanciare l’ inutile dibattito su un’ identità che, come sappiamo, oggi non si trova in uno stato peggiore di dieci, venti o trenta anni fa; e dall’ altro alimentare, rilanciare, far avanzare l’ altro dibattito che, invece, è vitale e concerne un’ Europa che sempre di meno sa cosa essa sia, quello che voglia e quello che le sia consentito sperare. Oggi, in queste materie, non sono tanti i modi di pensare l’ avvenire: ce ne sono due, che si escludono l’ un l’ altro. Riavvicinarsi alla terra che non mente, rimettere radici fra i morti, o cominciare, come diceva Kleist nella celebre pagina commentata da Heidegger nel suo «In cammino verso il linguaggio», a «ritirarsi» al cospetto di uno che non è ancora qui e «inchinarsi, un millennio prima della sua venuta, dinanzi al suo spirito». La nostalgia di un nazionalismo, rimesso in cantiere da retoriche populiste e stantie, o l’ audacia di un’ Europa che verrà, non tra mille anni ma domani, poiché il tempo stringe: è questa la scelta.

Bernard-Henri Lévy

Traduzione di Daniela Maggioni.


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