"Démocratie et diversité, le miracle d'Israël" (article en italien, "Democrazia e diversità, il miracolo di Israele", publié dans le "Giornale del Popolo", le quotidien de la Suisse italienne, le 7 juin 2015 )

postBernard-Henri Lévy était l’invité d’honneur à Lugano d’une grande journée intitulée « Israël Day », organisée au Palais des Congrès de la cité. L’écrivain a donné dans ce cadre une conférence sur le thème de la montée du ressentiment anti-israelien alimentant un nouvel antisémitisme, de la situation au Proche-Orient et du rôle si important que l’Etat hébreu joue pour tous les Juifs du monde. Ci-dessous, un article en Italien relatant les temps forts de l’intervention de Bernard-Henri Lévy.

« È stato certamente un evento quello che ha radunato poco meno di 700 persone domenica nel tardo pomeriggio al Palazzo dei Congressi per partecipare all’Israel Day, l’incontro che da qualche anno l’Associazione Svizzera Israele, sezione Ticino (guidata con grande dinamismo da Adrian Weiss), organizza per ricordare la nascita di Israele nel maggio del 1948. Un folto pubblico con molte autorità, i consiglieri di Stato Norman Gobbi e Christian Vitta, i consiglieri nazionali Fabio Regazzi e Marco Romano, il sindaco di Lugano Marco Borradori, gran consiglieri, l’ambasciatore d’Israele a Berna Ygal B. Caspi e numerose figure di spicco del mondo culturale e sociale del Cantone. Al centro dell’attenzione il filosofo francese Bernard-Henry Lévy, ospite d’onore.

L’incontro dal titolo Nuovi equilibri mondiali-Le sfide di Israele è stato introdotto da tre interventi, quello di Iris Canonica, membro del Comitato organizzativo, di Norman Gobbi e di Marco Borradori, che da diverse angolature hanno sottolineato la singolarità di Israele, unica democrazia nel panorama mediorientale, la comunanza di valori con i nostri paesi democratici, la dinamicità del suo sviluppo centrato sulla cura della cultura e del sapere, le analogie col nostro modello svizzero e anche le minacce di isolamento e la crescente incomprensione che segnano i suoi rapporti con l’Europa. Isolamento cui occorre reagire con decisione.

Presentato da Jacqueline Chimchila, del comitato ASI, Bernard-Henry Lévy ha svolto una breve e densa relazione, cui è seguita un’intervista condotta da Marcello Foa, giornalista e direttore del Gruppo editoriale TImedia.

Lévy non ha voluto insistere sulle minacce e il tragico isolamento che incombono su Israele, sul risentimento antiisraeliano, che alimenta il nuovo antisemitismo. Ha preferito soffermarsi sull’importanza che Israele riveste oggi, un’importanza che ha la sua radice nella realtà spirituale, “metafisica” (riandando alle espressioni di Emmanuel Lévinas) di Israele. Importanza per gli ebrei, per i quali qualcosa di profondo è cambiato dalla nascita dello Stato di Israele (non c’è ebreo che nella sua vita non abbia sperimentato l’importanza cruciale dell’esistenza di Israele). Importanza per i non ebrei, per i quali Israele incarna un certo numero di virtù (nel senso filosofico del termine), che hanno qualcosa di importante da dire alla nostra realtà contemporanea.

Lévy si è soffermato su tre esempi. La questione della democrazia: quanto tempo occorre per entrare nella democrazia? Attraverso quali dolorose prove passa il percorso democratico? Israele – ha sottolineato Lévy – ha realizzato una sorta di miracolo democratico: l’atto stesso di fondazione è coinciso con l’entrata nella democrazia, malgrado molti ebrei provenissero da Paesi con regimi autoritari e dunque senza nessuna esperienza democratica. Un altro miracolo, «di cui non conosco un altro esempio», ha continuato Lévy, è la costituzione di una comunità nazionale a partire da ebrei provenienti da tutte le parti della diaspora (dal Nord Africa, al Medio oriente, all’Europa orientale e occidentale) e con caratteristiche assai diverse. E si sa quale problema sia per le democrazie riuscire a comporre in unità le diversità («problema su cui molte democrazie oggi si “rompono i denti”»).

L’ultimo elemento singolare è il fatto che Israele in 67 anni di stato di guerra, combattuta o sospesa, non abbia alterato la sua democrazia e corrotto il legame sociale democratico, come di regola accade in queste situazioni (Lévy ha citato il caso della Francia durante la guerra d’Algeria). Israele, ha sottolineato Lévy, non è uno Stato perfetto ed esente da errori, ma ha qualcosa di profondo da offrire alla riflessione sulla democrazia.

Sollecitato dalle domande di Foa, Lévy si è poi espresso sulle grandi questioni attuali. La minaccia dell’ISIS, maggiore di quella di al Qaida, perché ha saputo creare uno Stato (Daesh) unendo l’estremismo jihadista e uomini dell’amministrazione di Saddam Hussein in grado di far funzionare un apparato statale. L’Occidente non ha saputo vedere l’arrivo di questa grave minaccia, non ha saputo fermarla nella sua ascesa e non è capace oggi di contrastarla. A suo avviso l’unica via percorribile è quella di appoggiarsi ai curdi e sostenerli nella lotta contro l’ISIS.

Lévy ha voluto poi sottolineare le responsabilità dell’Occidente nella tragica vicenda della Siria: il debole sostegno alle forze democratiche di opposizione ad Assad ha aperto la strada all’avanzata dell’estremismo jihadista, creando l’attuale situazione di empasse totale. Sulla vicenda palestinese Lévy (rispondendo in un certo modo ai manifestanti pro-Palestina fuori dal Palazzo dei Congressi) si è espresso in modo molto chiaro: la via è quella della nascita di uno Stato palestinese che viva in pace a fianco di Israele; questo per la giustizia e l’onore di Israele. Israele perderebbe la propria anima occupando in modo permanente la West Bank.

Osservazione questa che mi sembra cogliere in profondità l’ethos, che fa la grandezza d’Israele. Ma Lévy ha anche messo in guardia dall’illusione che lo Stato palestinese riporti automaticamente la pace, secondo la tesi di chi addebita ad Israele la responsabilità dell’instabilità e dello stato di guerra nella regione. Ci sono forze (Hamas, Hezbollah ed altre) il cui obiettivo dichiarato è la distruzione di Israele e non la soluzione della questione palestinese. Qualche considerazione sullo scenario libico e sulla vicenda del dopo Charlie Hebdo, che ha visto la Francia metter in atto, secondo Lévy, una significativa e non scomposta reazione, ha concluso la conversazione.

Si è trattato di un incontro ricco, costruttivo – compresa anche la parte iniziale di Anna Jencek sulla figura del grande violinista Yehudi Menuhin e la sorella pianista e la parte musicale finale con Marco Ferradini – che ha fatto capire bene l’importanza di Israele e della sua difesa contro l’isolamento e l’odio crescente, il suo profondo legame con la nostra civiltà e i suoi valori portanti e ha offerto alla riflessione critica giudizi sul complesso scenario contemporaneo del Medio Oriente e non solo.

di Maurizio Balestra

http://www.gdp.ch/cultura/democrazia-e-diversita-il-miracolo-di-israele-id77825.html


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