La version italienne du Bloc-Notes de Bernard-Henri Lévy "L'Honneur de Benghazi" (Le Corriere della Sera, le 26 septembre 2012)

une du corriereDecisamente, la storia ha più immaginazione degli uomini. È venerdì 21 settembre. Ovunque, non si sente che il frastuono delle manifestazioni di odio che, da una parte all’ altra del mondo arabo-musulmano, hanno colto il pretesto dal penoso «film» anti Islam. Ovunque, non si parla che dei salafiti, ben contenti di questa occasione insperata e dell’ Opa che grazie a essa stanno di nuovo lanciando sulle primavere egiziana, tunisina e, ahimè, libica.
La rivoluzione è congelata, dicono alcuni. È la dimostrazione, tuonano altri, che queste società sono definitivamente riluttanti ai valori di misura e di tolleranza che sono l’ anima della democrazia. C’ era qualcosa di buono nella dittatura, affermano trionfanti altri: non aveva almeno il merito di mantenere una parvenza di ordine, di tenere a freno la bestia umana, di smorzare gli estremisti? Ed ecco che a Bengasi – la capitale della Cirenaica dove, quasi due anni fa, nacque la rivolta anti Gheddafi ma dove è stato appena compiuto, in condizioni non delucidate ma atroci, l’ assassinio di quel personaggio luminoso, generoso, amico della nuova Libia che era l’ ambasciatore americano Chris Stevens – assistiamo a un colpo di scena che, in qualche ora, cambia tutto. Sono migliaia, anzi decine di migliaia, i manifestanti pacifici che scendono in piazza per reclamare, unanimamente, senza enfasi ma con fermezza, il disarmo delle milizie e, almeno in due casi – quello della milizia salafita Ansar al-Sharia e quello della Brigata dei martiri di Abu Salim – per cacciarle via dai quartieri generali, dalle caserme, talvolta dagli ospedali che hanno occupato dalla fine della guerra e da dove si sono adoperati per fare regnare il terrore. L’ evento è troppo recente per rallegrarsene. Ma sta di fatto che i cittadini di Bengasi, in poche ore, a mani nude, hanno compiuto quello che i responsabili, in diciotto mesi, con la loro polizia e il loro esercito allo stato embrionale, avevano appena osato intraprendere. Sta di fatto che con i loro striscioni, con i loro slogan («Mai più Al Qaeda!» o «Il sangue versato per la libertà non deve essere stato sparso invano» o «No ai gruppi armati! Sì all’ esercito in Libia!») hanno espresso proprio il messaggio che gli amici della Libia libera disperavano di udire dalle bocche dei dirigenti eletti. Infine, sta di fatto che quanto è successo all’ ambasciatore martire ha ispirato ai cittadini di Bengasi parole di desolazione e di lutto, parole giuste, parole vere, che, anche in questo caso, non erano state trovate da responsabili il cui primo riflesso era stato di rimproverare agli Stati corriere articleUniti di non aver protetto abbastanza le loro rappresentanze diplomatiche: «Chiediamo giustizia per Stevens!», si leggeva su alcuni cartelli, e su altri, con il suo ritratto, dietro cui camminava la folla: «La Libia ha perso un amico!». In una formula, tutto era detto; in un sol soffio, lo stesso che lo aveva sostenuto nelle ore eroiche del 2011, il popolo rendeva omaggio a uno dei suoi. Quella notte, i combattimenti, perché ce ne sono stati, hanno fatto una decina di morti. Non è poco. La confusione di quei momenti ha fatto sì che sia stata presa d’ assalto la fattoria, nella regione di Hawari, a 15 chilometri da Bengasi, che serviva da quartier generale a un’ altra brigata che era già sotto l’ autorità del ministero della Difesa: è stato un errore e i manifestanti l’ hanno riconosciuto abbandonando immediatamente i luoghi. Inoltre, non è detto che la ritirata degli estremisti islamici non sia stata un ripiego tattico, un’ astuzia, che permetterà loro di ricostituirsi e di tornare di nuovo, alla prima occasione, per ricominciare il loro sporco lavoro liberticida e fazioso. Ciò non toglie che l’ evento ci sia stato, magnifico e, in un certo senso, senza appello. Il popolo, quale che sia la sequenza che seguirà, ha offerto una rara lezione di dignità, di intelligenza politica, di coraggio. Nella lotta spietata che, dalla caduta del dittatore, conducono gli assassini delle città contro gli amanti delle città, coloro che si macchiano di urbanicidi contro i cittadini civilizzati, sono i secondi, i cittadini civilizzati, ad aver marcato il punto decisivo; e anche questo è incancellabile. Nella sola guerra che conti, nella guerra che, in Libia come nel resto del mondo arabo, contrappone non l’ Occidente all’ Islam, ma l’ Islam che vuole la pace e quello che vuole la guerra, l’ Islam che aspira al dialogo fra civilizzazioni e quello che scommette sul loro scontro, i liberali avevano ottenuto un vantaggio decisivo vincendo facilmente, in luglio, le prime elezioni libere del dopo Gheddafi. Ebbene, ne hanno appena ottenuto un secondo, non meno clamoroso, costringendo il potere a domare finalmente chi davvero insulta il Corano, cioè gli assassini di Stevens e i loro cattivi mentori. Così va la rivoluzione libica, dal sogno all’ incubo, dal regresso sanguinoso all’ avanzamento moderatore e fraterno. Così vanno tutte le rivoluzioni, dal 1789 al 1793, dalla Gironda alla Montagna, dalla festa della Federazione, dai massacri di Settembre fino al Termidoro. Ma la verità è che, quel venerdì, guardando le immagini di uomini e donne che volevano semplicemente salvare la loro città e, con la loro città, la memoria di una lotta che rifiutavano di abbandonare ai demolitori della speranza e di cui ristabilivano il patto fondatore, ero fiero dei miei amici libici. (traduzione di Daniela Maggioni)

Bernard-Henri Lévy


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