La version italienne du Bloc-notes de BHL "Oui, je suis Bardo" ( E ora andiamo tutti in vacanza in Tunisia, Corriere Della Sera, le 21 mars 2015)

Capture d’écran 2015-04-08 à 12.27.57C hi ha colpito Tunisi ?
Lo Stato islamico che rivendica l’attentato ?

Una cellula infiltrata dell Aqmi, in collegamento con un centinaio di combattenti della brigata Okba Ibn Nafaâ, presente nella regione del monte Chaambi, a ovest del Paese, non lontano dalla frontiera algerina ?

Una emanazione del gruppo ultra-salafista Ansar al-Sharia, le cui prediche sono state troppo a lungo tollerate dal regime nato dalla rivoluzione contro Ben Ali;le Ong cosiddette caritatevoli; i militanti usciti dalle carceri per fomentare, quasi subito, la controrivoluzione islamo-fascista ?

Forse il problema non ha tanta importanza. Infatti questi gruppi concorrenti ma parenti stretti che, quando non sono impegnati a uccidere, si dedicano a una sordida rivalità mimetica la cui posta in gioco è l’appropriazione mediatica di quel bene raro ma prezioso che sono i «grandi» attacchi terroristici nell epoca dello «spettacolo integrato» sembrano equivalersi e avere, in fin dei conti, un unica orrenda testa di medusa. Quel che è certo, invece, è che questi banditi hanno preso di mira l’unico Paese della regione a non aver tradito le promesse di una primavera araba da esso stesso, del resto, iniziata. Quel che è sicuro è che come i talebani di Timbuctu, come quelli di Bamyan in Afghanistan, come i distruttori di idoli in Iraq e Siria ? se la sono presa, scegliendo il museo del Bardo, con la bellezza del mondo e la sua memoria.

Quel che è certo è che scegliendo come bersaglio gli stranieri recatisi quel giorno ad ammirare la più celebre collezione mondiale di mosaici romani, prendendo di mira i turisti che da qualche mese stavano ritrovando il cammino di un Paese tradizionalmente cosmopolita e che trae una parte della propria ricchezza dal turismo di massa, e tentando di terrorizzare la città che fu quella di Abdelwahab Meddeb e della sua opera transfrontaliera dove si mescolano voci greche e arabe, la lingua di Dante e quella di Ibn Arabi, gli attentatori hanno inviato un messaggio terrificante ma chiaro: «Andatevene e non tornate più; abbandonate la Tunisia a se stessa e alla sorte sanguinosa che le promettiamo; l’Umma è il suo destino; l’Occidente è il suo nemico; e fra i due, fra la comunità dei credenti e la comunità di chi crede alla mescolanza delle comunità e delle essenze, la guerra è dichiarata: è una guerra di civiltà, e sarà spietata».

La strage di Tunisi, come sappiamo, non era tuttavia inattesa. Lo ha detto il presidente Beji Caïd Essebsi. I tunisini lo sanno, e non hanno dimenticato l?attentato suicida commesso, tredici anni fa, da un commando lanciato contro la sinagoga di Djerba.

Nessun amico della Tunisia può ignorare, infine, che il Paese dei gelsomini, modello di transizione democratica che sta per riuscire, terra di libertà che, ancor prima della rivoluzione, fu all avanguardia di una emancipazione delle donne, ha anche fornito alla Jihad siriana, irachena o libica il suo più nutrito contingente di fanatici: circa tremila combattenti inventariati, ai quali si devono apparentemente aggiungere centinaia di «candidati» arrestati prima di aver potuto lasciare il Paese e altre centinaia di «pentiti» che sono tornati indietro.

Forse una cosa spiega l’altra; forse l?ardore dell invenzione democratica ha sempre come ombra e, in fondo, come effetto opposto una non meno ardente passione per la schiavitù e la morte. Ma in fin dei conti è un gran numero di persone, per una piccola nazione e un grande popolo di appena undici milioni di anime…!

Ragione di più, quindi, per portare alla Tunisia addolorata ma valorosa il sostegno politico immediatamente evocato dal presidente Hollande. Ragione di più per estendere al popolo tunisino la solidarietà dei «percossi», una lunga catena che va dai sopravvissuti dell
11 settembre a quelli del supermercato ebraico di Vincennes, passando per i superstiti dei massacri di Copenhagen, Oslo o Nairobi.

E ragione di più per appoggiare i movimenti di solidarietà spontanea che si sono subito manifestati, sui social network e altrove, sul tema: «I terroristi vorrebbero scoraggiarci inducendoci a non amare la Tunisia e a non andarci? Vorrebbero poter mettere in quarantena i Paesi più aperti della regione?

Sognano di farne chissà quale caricatura stridente e postmoderna dello ?stato commerciale chiuso? di Fichte? Ebbene no.

Coltiviamo invece il contatto, moltiplichiamo le presenze e i legami; e, confermando le nostre vacanze e i nostri soggiorni, smentendo il vento di panico che soffia sui tour operator europei, recandoci sempre più numerosi nelle sale di esposizione del Bardo e degli altri musei di Susa, Cartagine o Raqqada, dimostriamo agli adoratori della morte che noi non abbiamo paura e che loro sono forti solo delle nostre debolezze».

Je suis Charlie? Sì.

Ma, per la stessa ragione, oggi io sono Tunisi .

( Traduzione Daniela Maggioni )

http://archiviostorico.corriere.it/2015/marzo/21/Oui_suis_Bardo_ora_andiamo_co_0_20150321_153aff14-cf96-11e4-a375-ada7da543763.shtml


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