Sarkozy a Tripoli come Mitterrand a Sarajevo nel ' 92 (Le Corriere della Sera, 17 Septembre 2011)

LOGO CORRIERE DELLA SERAHo passato la giornata di giovedì in Libia accanto al presidente francese Nicolas Sarkozy e al premier britannico David Cameron, in visita a Tripoli e Bengasi. Abbiamo vissuto insieme con il popolo libico, finalmente libero dalla dittatura, uno straordinario giorno di festa. L’ accoglienza tributata a noi occidentali è stata commovente: si sentiva che i libici erano pieni di gioia. Gli altri sul posto, io di sicuro, provavano finalmente un senso di orgoglio. Per l’ Europa, e per la Francia.

Sarkozy e Cameron hanno realizzato un’ impresa storica. In piazza della Libertà a Bengasi, davanti alla folla in festa, ne ho avuto la certezza. Per la prima volta l’ Occidente e il mondo arabo hanno ignorato i profeti dello scontro di civiltà; gli europei hanno teso la mano al popolo di un Paese arabo e musulmano in rivolta contro una spaventosa dittatura, contro un tiranno che minacciava di fare scorrere fiumi di sangue della sua stessa gente. Abbiamo aiutato quelle donne e quegli uomini, siamo stati dalla loro parte mentre si sollevavano contro l’ oppressione, e lo abbiamo fatto senza ricorrere all’ occupazione, senza pretendere di imporre noi, dall’ alto, il successivo regime politico. Non abbiamo voluto paracadutare a Tripoli la democrazia. La democrazia, in Libia, stava già nascendo, bisognava solo impedire che venisse soffocata nella culla, e ci siamo riusciti. L’ Europa ha fatto quel che era giusto, cioè aiutare un popolo che da solo, per primo e senza armi, aveva comunque deciso di conquistarsi, a qualsiasi prezzo, la libertà. La lotta non è finita, naturalmente, Gheddafi non è stato ancora catturato e dopo avere vinto la guerra ora si tratta di vincere la transizione. I miei amici del Consiglio nazionale libico si dicono sicuri che l’ ex dittatore si trovi ancora in Libia, nascosto in una delle tante città sotterranee che si è fatto costruire durante i suoi quarant’ anni di dominio assoluto; nessun Paese vuole assumersi il rischio di ospitare un uomo ricercato dalla giustizia internazionale per crimini gravissimi. E poi, lo ripeto: bisogna avere successo anche nella transizione, nella costruzione democratica, evitare le trappole che aspettano al varco tutte le rivoluzioni, fermare gli islamisti, ottenere che tutti rendano le armi, eccetera eccetera. Ma, intanto, che gioia! Il viaggio è stato preparato a lungo, sono state osservate tutte le possibili misure di sicurezza, ma è evidente che i due capi di Stato hanno preso dei rischi. Per questo Sarkozy e Cameron mi hanno ricordato il presidente François Mitterrand, a Sarajevo, nel 1992. Si può essere d’ accordo o meno con Nicolas Sarkozy, io spesso non lo sono e per questo non l’ ho votato. Ma occorre riconoscere quando un uomo di Stato è capace di fare un grande gesto politico, di issarsi al di sopra delle contingenze, di accettare consapevolmente e lucidamente un rischio. Sarkozy e Cameron a Tripoli hanno fatto la stessa scelta di coraggio di Mitterrand in Bosnia, e io sono convinto che è anche con azioni di questo tipo che si scrive, e si fa avanzare, la Storia. Lo dimostrano le tantissime donne venute ad acclamare Sarkozy all’ ospedale di Tripoli. Donne del popolo, non le amazzoni della guardia presidenziale, donne che hanno finora vissuto sotto la tirannia, in un Paese musulmano, e sperano in una nuova era di libertà. Quindi, è giusto riconoscerlo, per Nicolas Sarkozy è stato un momento di grande affermazione personale e politica.

Dopodiché le elezioni sono un’ altra questione, quel che accadrà la primavera prossima nel voto per l’ Eliseo sarà deciso da altri fattori. Qui siamo su un altro piano. Quanto al rapporto tra l’ Occidente e il mondo arabo, quanto alle relazioni tra le grandi civiltà di questo pianeta, il viaggio a Tripoli è stato un momento fondante. Ci ricordiamo tutti di come gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra in Iraq, un conflitto che continuo a ritenere sbagliato. Il profumo di Bengasi, giovedì, era molto diverso dai cattivi vapori di Bagdad. A giornata conclusa, ho viaggiato accanto a Nicolas Sarkozy e ad Alain Juppé, sull’ aereo della Repubblica francese che ci ha riportati a Parigi. Il presidente sa di essere all’ origine, con il suo ministro degli Affari esteri, di qualcosa di inedito. Il famoso diritto di ingerenza, il tanto declamato e mai applicato dovere di proteggere, in Libia è stato messo in pratica. Per la prima volta, non a chiacchiere, ma con le armi. E, quel che più importa, per una causa giusta.

(testo raccolto da Stefano Montefiori)


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