Troppe domande senza risposta nella mezzanotte di Bengasi (Le Corriere della Sera, 14 avril 2011)

LOGO CORRIERE DELLA SERAL’ atteggiamento della Turchia, contraria fin dal primo giorno alla Risoluzione 1973 e propensa, che essa lo dica o meno, a sostenere Gheddafi, è vergognoso. L’atteggiamento dell’Algeria, i cui insorti l’altra mattina hanno appena intercettato, in pieno deserto, pick-up carichi di mercenari, e secondo cui la «solidarietà araba» , il suo leitmotiv da cinquant’anni, significava, in realtà, solidarietà con i dittatori arabi, è una vergogna. L’atteggiamento dell’Egitto, che alla frontiera con la Libia dispone di un esercito superpotente, il secondo della regione dopo quello di Israele, con carri armati che in qualche ora potrebbero sfondare le linee di Gheddafi e liberare le popolazioni martiri di Misurata, Zawiya, Zentan, Tripoli, colpevoli soltanto di aver voluto sintonizzarsi con la piazza Tahrir e con il vento di rivolta partito dal Cairo, è, se non vergognoso, per lo meno inspiegabile.

L’atteggiamento della Lega Araba che — non lo si ripeterà mai abbastanza— fu all’origine della richiesta di aiuto che ha indotto la comunità internazionale, con un voto storico delle Nazioni Unite, a portare assistenza al popolo libico in lotta e che da allora sembra voler riconsiderare il proprio gesto, ritrattare la propria audacia, pedalare all’indietro, purtroppo non è inspiegabile, ma conforme, troppo conforme, a quel che si intuiva dopo la caduta di Ben Ali: la santa paura suscitata nella santa alleanza degli Stati petroliferi della regione dallo scoppio di una primavera araba che non dispiacerebbe, in fondo, si arrestasse alle porte di Tripoli.

L’atteggiamento degli Stati Uniti, entrati in questa guerra di liberazione a ritroso e sul punto di uscirne in punta di piedi; LE CORRIERE 18 AVRIL 2011l’atteggiamento di Obama— sospettato qui a Bengasi di pensare a una nuova Dayton, cioè a un accordo di spartizione che, come nel 1995 in Bosnia, salverebbe capre e cavoli, metterebbe sullo stesso piano vittime e carnefici e avallerebbe politicamente il rapporto di forze militare dopo aver fatto in modo che si fossilizzasse sul campo di battaglia— non ha senso: come si può, nei confronti della Storia, dopo aver solennemente proclamato che Gheddafi doveva andarsene, che non aveva più legittimità per governare né per rappresentare il suo popolo, cercare adesso di farci capire che, però, non si può nemmeno morire, pardon pagare per Bengasi? Ah! Il prezzo dei missili Tomahawk…

La posizione dell’Unione Africana che, come abbiamo visto, in questi ultimi anni ha fatto di tutto per salvare il criminale di Stato sudanese Al-Bashir; poi ha tentato, nelle scorse settimane, fino all’ultimo minuto, di salvare il massacratore ivoriano Gbagbo; l’atteggiamento degli emissari congolesi, maliani, mauritani che, mentre scrivo queste righe, vedo arrivare a Bengasi per portare la buona novella del buon colonnello a un Consiglio nazionale di transizione sbalordito, è un insulto ai valori stessi dell’Africa e ai suoi impegni di un tempo: come è possibile che l’anticolonialismo di Senghor e Césaire, la lotta di Lumumba, poi di Mandela, il pensiero di Franz Fanon che chiama l’uomo africano a scuotersi di dosso le catene e a liberarsi dai tiranni, si riducano, cinquant’anni dopo, alla penosa retorica sul diritto dei popoli a disporre di se stessi, ridotto esso stesso ai diritti dei tiranni a disporre dei propri popoli?

Il funzionamento della Nato e di quel «coso» che secondo de Gaulle era l’Onu, le loro strutture di comando e le loro modalità operative, le loro cantonate, suscitano qui, sul posto, terribili interrogativi che, temo, non siano tutti infondati: come è possibile, mi chiede uno dei giovani comandanti— che alle porte della città fantasma di Ajdabiya difendono l’ultimo baluardo impedendo ai mercenari di Tripoli di scagliarsi nuovamente su Bengasi— che gli aerei della coalizione abbiano potuto confondere la nostra ultima e preziosissima colonna di carri armati con una di quelle di Gheddafi e, dunque, bombardarla?

Come spiegare, si infuria il generale Abdul Fatah Younis, ex ministro dell’Interno unitosi alla rivoluzione che— mentre Gheddafi aumenta ogni giorno la somma del premio offerto a chi gli porterà la sua testa (secondo le ultime notizie, 2,5 milioni di dollari)— tenta di organizzare, bene o male, le forze armate della Libia libera, come spiegare quello che, nella sala di controllo del suo Quartier generale, con l’aiuto di mappe e rapporti, mi illustra con un’implacabile dimostrazione? «Ormai, dice, occorrono in media sette-otto ore al comando alleato per trattare le informazioni che noi gli inviamo sui movimenti del nemico; ebbene, sette-otto ore sono più di quanto occorra perché i bersagli si spostino, si mescolino alla popolazione civile, spariscano» .

Restano il Qatar, la Gran Bretagna e, beninteso, la Francia, di cui sento lodare, da quando sono qui, la determinazione e il gesto salvatore: senza la Francia, mi dicono davvero dappertutto, senza «il signor Sarkozy e il popolo del generale de Gaulle» , senza il primo attacco francese che, sabato 19 marzo, bloccò di netto, alla porta sud della città, i primi carri armati, nulla e nessuno avrebbero potuto impedire i «fiumi di sangue» promessi da Saif al-Islam, il figlio folle di Gheddafi. Ma la Francia, questa volta, basterà? È di nuovo mezzanotte meno cinque, a Bengasi.

di Bernard-Henri Lévy.

Traduzione di Daniela Maggioni


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