Version italienne du portrait d'Albert Camus par B.H. Lévy

Reprise dans le Corriere della Sera du portrait d’Albert Camus que Bernard-Henri Lévy a écrit pour le journal le Monde. Cela fait chaud au cœur de voir que la gloire d’Albert Camus est aussi grande en Italie qu’en France. Dans quelques jours, les familiers de bernard-henri-levy.com auront aussi les versions allemande, espagnole, suédoise et américaine de ce texte de Bernard-Henri Lévy.
Liliane Lazar.

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Corriere camus page1« 1960-2010 : Albert Camus » di Bernard-Henri Lévy

Perché i sartriani devono dar ragione al filosofo artista

« Allora, un filosofo da quinta liceo? È l’incresciosa reputazione che perseguita Camus dall’anatema scagliato contro di lui da Sartre e dai suoi seguaci. Ma non per questo la ritengo fondata. Perché una cosa è dire che la sua politica non poggiava su una struttura filosofica e che era semmai Sartre, paradossalmente, a farsi portavoce di quella filosofia; altra cosa è asserire che la filosofia non abita affatto l’opera di Camus. E trovo avvilente, presso tanti ignoranti che non hanno la più pallida idea di che cosa significhi filosofia, la ripetizione pavloviana della solita
cantilena, che suona come un supplizio eterno, una degradazione postuma, una volontà di umiliare che nemmeno la morte ha scoraggiato: «Filosofo da quinta liceo!
Filosofo da quinta liceo!». Quando, invece, filosofo Camus lo era già di formazione.
Se non superò l’esame di Stato, la famosa Agrégation ad Algeri, che gli avrebbe forse meritato il rispetto degli accademici, fu perché, già minato dalla tubercolosi, non avrebbe potuto ottenere il certificato di buona salute che la Repubblica francese, all’epoca, esigeva dai futuri professori.
E riguardo alle competenze «di seconda mano», e alla presunta «superficialità» delle sue letture, l’onestà più elementare ci obbliga a dire innanzitutto due cose.

Primo: Camus non è stato da meno di Sartre nell’agire da lettore corsaro, spigolando, scorrendo, depredando i testi, dai quali prelevava le armi di cui aveva bisogno — e solo quelle—da impiegare nella sua lunga guerra contro l’ingiustizia, l’oppressione, il Male—un certo Heidegger se ne risentì il giorno in cui comprese, nel 1946, l’impiego assai disinvolto che Camus aveva fatto della sua Lettera sull’umanismo… E poi, secondo punto, una lettura, per quanto sbrigativa, dei suoi quaderni, dei suoi appunti, di una lettera a Francine, o a Brisville, o a Claude de
Fréminville, in cui chiede la spedizione urgente, a Lourmarin o altrove, di un’edizione di Hegel o di Spinoza, dimostra quanto avesse a cuore approdare sempre ai testi originali. Si può ancora discutere della sua filosofia. Si può giudicare piuttosto frettolosa, ne L’uomo in rivolta per esempio, la scorciatoia che gli fa vedere, nei giovani inventori russi del «terrorismo individuale», i «fratelli dei tragici liceali di Lautréamont», che si impossessano del «pensiero tedesco» per «incarnarne le conseguenze nel sangue». E infine, non fu l’ultimo a confessare, per esempio a «Servir» nel 1945: «Non sono un filosofo; non credo abbastanza alla ragione per credere a un sistema».
Personalmente, sono convinto che Camus è filosofo a pari titolo e allo stesso modo, esattamente, di Sartre.
Se vogliamo essere precisi, il filosofo è qualcuno che — nella più scarna definizione — fabbrica, produce, organizza concetti. E di tutto questo si è occupato Camus.
Non è possibile negargli né il talento né la tecnica del filosofo. Basterà un unico esempio: lo «storicismo», che Camus processa ne L’uomo in rivolta e successivame nella Difesa dell’uomo in rivolta, e di lì nella risposta a Francis Jeanson. Che cos’è lo «storicismo»? È lo stato d’animo, sostiene Camus, di chi dice di sì alla Storia. O meglio: è l’atteggiamento di una categoria specifica di schiavi che vedono nella Storia il loro padrone, l’incarnazione stessa dell’Assoluto e della Legge. O ancora: è la metafisica, implicita o esplicita, che si rapporta a un mondo dove i «punti di riferimento» diventano «traguardi»; dove si sostituisce «l’aldilà» con «più tardi»; e dove i valori hanno valore — è sempre Camus che parla — solo
quando trionfano su tutti gli altri.
Jean Daniel, nel suo Con Camus, narra della collera dell’amico il giorno in cui si mise a sostenere che l’indipendenza dell’Algeria era ineluttabile. Su quale punto aveva protestato Camus? Direste sull’ineluttabile? Come fa questa parola, ineluttabile, ad affiorare sulle labbra di un giornalista, o di un intellettuale, appassionato di verità? E la vocazione del pensiero non comincia precisamente con lo sforzo di contrapporre alla supposta ineluttabilità delle cose la sacrosanta libertà dell’uomo? È tuttavia evidente, nella protesta di Camus, la mancanza del senso del Tragico, che spiega la cantonata presa in quella particolare circostanza. Sono il primo a essere convinto che Camus si sbaglia quando, in altri testi sull’argomento, egli attribuisce al giudeo-cristianesimo la visione di una Storia che impone i suoi decreti ineluttabili. E resta pur vero che la condanna dello storicismo non appare sempre in sintonia con la sua metafisica delle nozze tra l’uomo e la terra, ma rappresenta anzi la principale contraddizione che attraversa e lacera l’opera di Camus. Non ho dubbi, tuttavia, di trovarmi davanti all’elaborazione di un concetto. E francamente… È forse meno ben formato, questo concetto, rispetto a quello dello «storicismo» nel celebre Che cos’è un collaboratore dove Sartre trascura di estendere allo stalinismo la mania di collaborare con la Storia, da lui ribadita e descritta così mirabilmente? È meno potente, meno veritiero, del concetto di «dittatura della Storia», nel quale Levinas, in quegli anni, vede la prima e ultima parola del totalitarismo — ma senza tirarne le stesse conseguenze pratiche, le stesse massime di Camus?
E infine il suo ricorso a Heidegger, nel Mito di Sisifo, per cercare di uscire dalla contraddizione (base portante del suo concetto di «storicismo») che lo spinge a resistere al diktat della Storia per acconsentire a quello della Natura, tradisce forse un’istruzione minore rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei?
Il filosofo è qualcuno che — altra definizione minima — intraprende azioni filosofiche. Ebbene, non possiamo negare a Camus nemmeno questa tendenza. Né, a maggior ragione, il sapere e la capacità di mettere all’opera tale inclinazione. Albert-camusBasterà, anche in questo caso, un unico esempio: il lavoro da lui svolto, dal Mito a La caduta, sulla figura di Nietzsche. Di che cosa si tratta? È un’impresa che prende spunto dall’ossessione per il filosofo tedesco e la sua opera. Che ha inizio, per esempio, a Torino, in via Carlo Alberto, dove il 24 novembre del 1954 Camus si reca in pellegrinaggio e ricorda, con una stretta al cuore, la visita di Overbeck al suo amico «folle e delirante», che «gli si getta tra le braccia singhiozzando»; è un’impresa che consiste nel ricostruire un Nietzsche appannato dalla pazzia (riportandolo alla misura greca), nel purificarlo dalla sua crudeltà (perché, partendo dalla fedeltà alla terra, conclude che non bisogna aggiungere alle ingiustizie della Natura quelle fabbricate dalla perversione degli uomini), nel renderlo positivo (vedi il «buon nichilismo» di cui parla nella lettera a Francis Ponge del 23 gennaio 1943, che verrà «dopo l’Assurdo» e «oltre») o ancora nel metterlo in pratica (vedi quell’«amor fati in movimento », che racchiude la grande lezione degli appunti del Quaderno VIII sull’ultima visita a Torino). È lecito rimettere in discussione questo lavoro su Nietzsche. È lecito — nel mio caso — affermare che
Camus cede alla tentazione pagana che traspare nelle Nozze e resta una costante della sua opera.
Tecnicamente parlando, non è un lavoro in nessun modo inferiore all’opera di Sartre, che forgia al proprio scopo, dai tempi de La nausea, un nietzschianismo sinonimo di individualismo, di romanticismo, di solitudine altera. Né è da giudicarsi inferiore al gesto di Bataille e dei suoi amici del Collège de Sociologie quando, all’epoca del movimento Contre-attaque e della rivista «Acéphale», propongono una Riparazione a Nietzsche per strapparlo ai nazisti — ma non senza correre il rischio, talvolta, di affiancarsi a loro. Mi piacerebbe, anche in questo caso, evitare il tono difensivo di una «riparazione a Camus»: il pregiudizio tuttavia resta ancora oggi così profondamente radicato, il luogo comune così  resistente, lo scandalo tanto durevole, che si è tentati di sottolineare come, nella confusione che si è creata nella seconda metà del XX secolo su Nietzsche, la posizione di Camus non sfiguri affatto accanto alle altre.
La verità, in compenso, è che Camus resta, per ammissione propria, un filosofo di un genere particolare. È un filosofo che si fa beffe dei filosofi quando si lasciano sedurre dall’accademismo, dalla magniloquenza, dalle sottigliezze (vedi nella nuova edizione Pléiade delle Opere complete un pezzo inedito, firmato con lo pseudonimo Antoine Bailly, e datato verso il 1947, dal titolo L’Impromptu des philosophes, un lungo dialogo molieresco e davvero bizzarro tra Monsieur Vigne e Monsieur Néant).
È un filosofo che sostiene sin dal primo giorno, cioè dall’inizio della sua collaborazione a «Alger Républicain», che il giornalismo è un genere filosofico a tutti gli effetti (non lo dice esplicitamente, ma che altro significano le sue parole quando in «Combat», dell’8 settembre 1944, propone la formula di «giornalismo critico»? E quando, sette giorni prima, il 1˚settembre, descrive il giornalista «critico» come uno «storico giorno per giorno», la cui «principale preoccupazione dev’essere la verità»?). È un filosofo che fa teatro e che, in «questa storia affascinante raccontata da due corpi» dove risiede, a suo avviso, l’essenza del teatro, vede un altro modo per inseguire la stessa avventura del pensiero (avrebbe fatto teatro, avrebbe scritto e diretto per il teatro, senza la presenza costante, dentro di lui, del suo caro Nietzsche?). Ed è un filosofo che, non contento di scrivere romanzi, vede nella narrativa romanzesca la via principale, guarda caso, della filosofia («non si pensa che per immagini — se vuoi fare il filosofo, scrivi romanzi», dice nel 1936 nel Quaderno 1 dei Taccuini; poi, nell’articolo del 1938 su La nausea: «un romanzo non è altro che filosofia per immagini»—a tal punto che «in un buon romanzo, tutta la filosofia passa attraverso le immagini»; e più tardi, nel Quaderno 5 dei Taccuini: «Sono prima di tutto un artista, ed è l’artista dentro di me che filosofeggia; e questo per la semplice ragione che io penso secondo le parole e non secondo le idee»)… Un filosofo artista. Un filosofo che stacca, da tutte le rastrelliere, le armi che gli servono. Un filosofo che, per di più, non ha mai separato la vita dall’avventura del pensiero e ha sempre svolto il doppio ruolo di una vita scritta e di libri intensamente vissuti. Un tipo di filosofo che inventa un modo di essere man mano che produce un’opera.
È l’autore di uno stile ancor prima che di un sistema. Ma non è questa, secondo i suoi amati greci, la definizione stessa della filosofia? Non è forse l’immagine più eccelsa di una disciplina che non si proponeva, allora, altro scopo che quello di dire come vivere bene e come vivere secondo il Bene? Questo Camus, questo moralista cui Sartre stesso renderà omaggio, dopo la scomparsa, per «l’umanesimo cocciuto, severo e puro, austero e sensuale », lo amiamo come un fratello, un fratello più giovane —e giovane resterà per sempre, da quel giorno di gennaio del 1960 quando la sua Facel Vega andò a schiantarsi — realmente — contro un platano, che non era più, all’improvviso, un platano di carta. Energia e probità. Verità e, quando ci vuole, rabbia. Un maestro diverso. Un maestro giovanissimo. Impossibile — anche e soprattutto quando si è sartriani —spuntarla contro Camus »
(Traduzione di Rita Baldassarre)


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