"Ho voluto la guerra a Gheddafi senza amarla"(Le Corriere della sera, le 9 novembre 2011)

bhl LA UNE CORRIEREIl 30 giugno l’incontro segreto sul conflitto
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — Nella guerra di Libia c’è una sola persona che ha avuto libero accesso — da protagonista — a Bengasi assediata come alle stanze dell’Eliseo, ai piani di battaglia del generale ribelle Younes come alle riunioni notturne con il presidente Nicolas Sarkozy, alle conferenze stampa dell’Hotel Raphaël come al bagno di folla nella Tripoli liberata. Il 10 marzo 2011 Bernard-Henri Lévy accompagnò all’Eliseo i vertici del Consiglio di transizione libico da poco formato, ottenendo per il movimento anti Gheddafi un inatteso riconoscimento politico, primo passo verso l’azione militare. Da quel momento il 63enne filosofo francese, collaboratore del «Corriere» sin dagli anni 70, ha lavorato con il presidente Sarkozy con l’obiettivo comune prima di salvare Bengasi, poi di liberare tutta la Libia ponendo fine alla dittatura. Duecento giorni di inedita e strettissima collaborazione quotidiana tra un intellettuale di sinistra e un leader politico di destra, raccontati dallo stesso Lévy in La Guerre sans l’aimer, il diario di guerra che esce oggi in Francia per Grasset e che il «Corriere» anticipa qui a fianco in esclusiva. È forse la prima volta che i retroscena — come l’incontro del 10 giugno all’Eliseo — di una missione militare così importante vengono resi noti poche settimane dopo la sua conclusione e non a distanza di decenni, dopo l’apertura degli archivi. Ma oltre al valore documentale — che porterà Lévy a essere ascoltato il 13 dicembre da una commissione bicamerale del Parlamento britannico — c’è anche l’anima e la qualità di uno scrittore, che mette nella missione e nel libro la sua intera storia di intellettuale impegnato in cause giuste e talvolta perdute: da Sarajevo abbandonata dall’Occidente al generale afghano Massud mai ricevuto dal presidente francese Chirac. Stavolta Bernard-Henri Lévy è riuscito nella sua scommessa. Il diritto di ingerenza teorizzato dall’amico Bernard Kouchner ha finito per venire applicato. L’invocazione di André Malraux che ispira il titolo — «La vittoria vada a coloro che hanno fatto la guerra senza amarla» — è stata ascoltata.

Stefano Montefiori

Quando Sarkozy mi disse:
«Usa assenti, Italia senza testa»
Guerra di Libia, il diario sul campo del grande filosofo francese

di BERNARD-HENRI LÉVY

Giovedì 30 giugno

Eliseo. È lui che m’ha chiesto di venire. E me l’ha chiesto, me ne accorgerò molto presto, solo per trasmettermi un messaggio semplice: qualunque cosa dicano la stampa e i sondaggi, qualunque cosa si cominci a raccontare, qui o là, sul prezzo esorbitante che costerebbero le operazioni belliche, qualunque cosa ne pensino i diplomatici, certi militari, l’opinione pubblica, l’opposizione, i maniaci della mediazione, c’è chi non cambierà di una virgola la propria posizione sulla guerra in Libia: ed è lui, Nicolas Sarkozy.
Lo trovo calmo. Per niente agitato, come invece, di questi tempi, lo descrivono di nuovo i suoi avversari. Ha un che di affilato nella parte bassa del viso, che ho spesso osservato nei grandi disintossicati.
«Ho ricevuto il tuo messaggio».
Gli avevo lasciato un messaggio in cui gli dicevo di essere stato ricontattato da Mahmoudi (l’ex premier libico, ndt) e dagli uomini di Gheddafi.
«Il problema, con quei personaggi, è che non si sa mai cosa rappresentino né quale sia il loro margine di manovra».
— È vero, dico, ma non vale comunque la pena provare? Fosse solo per non aver rimpianti?
(…)
«Oh, i rimpianti… Non fanno per me, i rimpianti. Per ora, sono nell’azione. Dunque nella guerra. E non intendo sottrarre nemmeno una frazione di secondo al tempo che posso dedicarle».
— Certo. Ma anche questo è la guerra. Il dopoguerra, quindi la guerra. Cosa accadrà il giorno dopo la vittoria? E quali garanzie ha la Francia che non si riproduca uno scenario di tipo iracheno? È di questo che sembra voglia parlare quella gente.
Decisamente, stavolta, faccio l’avvocato del diavolo. Il mio senso della misura sorprende me stesso. Del resto, sorprende anche lui.
«È strano. Parli come i miei consiglieri (rivolge un sorriso affettuoso a Jean-David Lévitte). Son tutti lì a dirmi: « Presidente, il giorno dopo… Presidente, il giorno dopo… ». Che rispondere? Non posso cambiare. È vero, sono un uomo che fa una cosa alla volta, che si dedica completamente all’azione del momento».
— Anche se altri, intanto, pensano al dopo? E anche se si mettono nella situazione, giunta l’ora, di rubare alla Francia la sua vittoria?
«Oh… Che vuol dire vittoria? Ci sarà comunque una tale dinamica, una tale onda d’urto…».
— Penso a quel che preparano gli americani, per esempio. Dio solo sa se non sono antiamericano, ma…
«Nemmeno io!».
Si riprende:
«Per quanto… Hanno un modo bizzarro di pestarti i piedi con le loro enormi scarpe misura 48 e, quando uno grida « Ehilà, mi stai camminando sui piedi », di rispondere: « E’ colpa tua, ragazzo mio! Che ci facevi sotto le mie scarpe? »».
— Ecco. So che, nel momento stesso in cui noi parliamo, al dipartimento di Stato si lavora sodo; e che ci sono persone molto esperte, molto brillanti, che verranno allo scoperto all’ultimo minuto e proporranno al mondo, dunque ai libici, un piano di pace bell’e pronto.
Alza le spalle.
«Tanto meglio».
— Arrivare come i carabinieri e imporre un piano made in Usa…
«Godard, nei due casi — fa lui sollevando un sopracciglio, e come se sottolineasse una coincidenza ricca di senso — Jean-Luc Godard».BHL CULTURA CORRIERE 1
Constato che l’interesse nuovo del presidente per il cinema non è un’invenzione da giornalisti. E proseguo.
— Non sono uno dei tuoi sostenitori e la nostra collaborazione, lo sai, finirà appena la Francia avrà vinto questa guerra. Ma non vedo perché i francesi si lascerebbero rinchiudere nel ruolo di coloro che fanno la guerra quando altri assumerebbero il ruolo di coloro che fanno la pace.
«Non un mio sostenitore… È interessante! Credi che Ségolène Royal avrebbe fatto quello che ho fatto? E che tu saresti qui, con la signora Royal, a discutere sul modo migliore, per una democrazia, di proteggere i civili?».
— Non so… Ti ricordo che oggi, a capo dell’opposizione parlamentare, c’è una persona di carattere, Martine Aubry, che ha preso posizione, prima di tutti, sulla necessità di intervenire, e non ha mai cambiato parere col pretesto che il suo è anche il parere del presidente della Repubblica.
«È vero».
— Un giorno sapremo che ruolo ha avuto nel mettere a tacere i pacifisti del Partito socialista e nel far loro capire che il partito è già abbastanza diviso da non doversi imporre, sulla Libia, una divisione in più. Questa donna si comporta bene.
«Sia pure».
— Ma restiamo sull’argomento. Bisogna ricordarsi della Bosnia. Io ero ostile agli accordi di Dayton.
«Anch’io».
— Lo so. Fatto sta, però, che Bill Clinton è riuscito, all’epoca, a legare l’uno all’altro due ruoli e a intrecciare, insieme, i suoi due allori: da un lato, quello dell’uomo di guerra; dall’altro, e quasi nello stesso tempo, quello dell’uomo di pace.
«È vero. Per il momento, però, bisogna vincere. La mia volontà mira interamente a questo: vincere».
Squilla il telefono. È il suo figlio più piccolo, Louis. Il volto gli si illumina. Ha il riflesso di nascondersi la bocca dietro la mano. Sento appena qualche parola tenera, gli promette di richiamarlo.
«Dove eravamo rimasti? Sì, la guerra. Dicevo che la vinceremo. Insomma… Si fa presto a dire vinceremo. Infatti, chi vi avrà partecipato, in fin dei conti?».
Fa il gesto di contare:
«Gli americani, su questo siamo d’accordo, non vi hanno partecipato veramente».
Alza il secondo dito:
«Gli italiani, sarebbe stato possibile. Ma Berlusconi, c’è da chiedersi se abbia ancora un cervello».
Terzo dito:
«L’Unione africana. Hai fatto un buon lavoro con Wade (presidente del Senegal, ndt). Ma senza Zuma (mediatore dell’Unione africana a Tripoli, ndt)…».
Agita il terzo dito, con un’insistenza speciale.
«Bisognerà ricordarsi di questo! Jacob Zuma c’è sempre. C’era al momento della risoluzione 1973. E c’è stato di nuovo al vertice di questa settimana. L’avevo chiamato. Gli avevo detto: Jacob, abbiamo bisogno di te, non si deve lasciare che Wade si faccia polverizzare. Ebbene, come per la risoluzione, Jacob ha risposto presente».
Riprende il filo del ragionamento. E, ripiegando il terzo dito, adesso alza il quarto:
«Allora, certo, ci sono gli inglesi. Ah, gli inglesi!».
Ha l’aria di chi avrebbe molto da dire sugli inglesi.
«Son bravi, gli inglesi. Sono alleati formidabili. E so che, senza di loro, senza Cameron, probabilmente non saremmo riusciti nel nostro intento. C’è un solo problema, ed è che hanno sempre bisogno, prima di mollare una bomba, di chiedere il parere a tre studi d’avvocati».
Poiché vede che non capisco, aggiunge:
«Sì. Io chiedo al mio capo di stato maggiore. E se il mio capo di stato maggiore mi dice che posso andare, io vado. Loro…».
Con l’anulare ancora in aria, fa dei mulinelli col braccio per mimare grande agitazione.
«Hanno cinque elicotteri. Cinque! Contro i quindici che abbiamo noi! Insomma, fra i dieci e i quindici, secondo i momenti. Senza contare gli aerei che vengono in appoggio e li proteggono, perché i nostri elicotteri scendono straordinariamente bassi! Fra gli inglesi ci sono discussioni interminabili per sapere se, con le loro azioni, rientrano, o no, nella geometria della risoluzione. Intanto, i bersagli, laggiù, non aspettano il rapporto degli avvocati per mettersi al riparo. No…».
Ora alza l’ultimo dito, il mignolo e, col fare di chi è giunto al termine di un’enumerazione fastidiosa, conclude:
«Se si vince questa guerra…».
Si corregge:
BHL CULTURA CORRIERE 2«No. Non « se », « quando ». Quando si sarà vinta questa guerra, il mondo vedrà che a vincerla siamo stati noi e i libici, punto e basta. A proposito…».
Poi, come se un ricordo gli tornasse in mente:
«Sai che ho rivisto Jibril (ex capo del Consiglio nazionale di transizione libico, ndt)?».
Indica la poltrona dove sono seduto, di fronte al suo divano.
«Era lì. L’altro ieri. Con alcuni militari. Molto bravo, Jibril. Molto serio. Sono venuti a dirmi che erano a corto di soldi e di armi».
Si gira verso Lévitte.
«Insomma, di armi ne hanno avute già molte. Non è vero, Jean-David?».
«Sì, signor presidente», risponde Lévitte che non ha parlato dall’inizio della conversazione.
«Quante?».
Visto che Lévitte, prudente, esita a rispondere:
«Non so come sia accaduto. Una buona parte è rimasta imballata. Sulle banchine del porto di Bengasi ci sarebbero enormi container che non sono nemmeno stati aperti. Dunque, ne chiedono ancora. Ma in cambio…».
Si interrompe. Come se si dilettasse, in anticipo, della notizia che sta per darmi e volesse far durare il piacere.
«In cambio, promettono un’offensiva. Una grande e vera offensiva tattica. Probabilmente su Brega. O nel Jebel Nafusa, si vedrà. Poi, certo, la seconda cosa, la principale, che mi annunciano, ma alla quale non credo molto: l’insurrezione di Tripoli prima del 14 luglio».
Assume l’aria di chi non crede davvero, ahimè, alla seconda cosa. Poi, sognante, con un’espressione infantile nello sguardo:
«Jibril nella tribuna d’onore, sarebbe stato comunque un bel colpo».
E, come se leggesse nei miei pensieri:
«So che era una tua idea. Mi avevi detto: Jibril nella tribuna d’onore e aviatori francesi coperti di gloria. Avremo gli aviatori. Ma non ancora, temo, nella tribuna d’onore».
Mi fissa un’ultima volta. Sento che la conversazione volge al termine e che sta esaminando la solidità di… che cosa? Non so bene.
«Tutte queste sono peripezie. L’unica cosa che non è una peripezia è che abbiamo avuto ragione di fare questa guerra e che la stiamo portando a termine».
Ancora qualche considerazione sugli ostaggi francesi in Afghanistan, che il giorno prima è andato ad accogliere all’aeroporto di Villacoublay.
Un leggero soprassalto, ma senza altri commenti se non un «Parlane a Puga» (capo di stato maggiore del presidente, ndt), quando gli dico il mio desiderio di imbarcarmi su un Awacs francese.
Infine, mi rivolge alcune domande sulla visita dei combattenti di Misurata, al cui proposito non capisce perché sia così difficile da organizzare: mi chiede se ho bisogno di aiuto. No, non credo; bisogna giusto assicurarsi che Rondeau (ambasciatore francese a Malta, ndt) faccia quel che bisogna fare quando, finalmente, saranno a Malta; per il resto, ho quasi risolto, ho trovato la nave, l’equipaggio, e stamattina ho ricevuto l’informazione: dovrebbero poter uscire da Misurata la settimana prossima.
Ora ci lasciamo davvero.

(traduzione di Daniela Maggioni)
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