La version italienne des quatre dernières chroniques de Bernard-Henri Lévy

LOGO CORRIERE DELLA SERAArticle publié le 27 octobre 2011 :
Quello spettacolo della morte che può corrompere la rivoluzione

L e immagini del suo cadavere. Il viso, ancora vivo, ma insanguinato, su cui sembra ci si accanisca. La testa nuda, stranamente e improvvisamente nuda; mi rendo conto che l’ avevamo sempre vista coperta da un frivolo turbante, e in questo c’ è qualcosa di toccante che rende degno di pietà il criminale. Per quanto mi dica che quest’ uomo era un mostro, per quanto lasci scorrere nella memoria le altre immagini, quelle che mi ossessionano da otto mesi, infinitamente più sconvolgenti: vittime di fucilazioni di massa degli anni neri della dittatura; volti dei torturati; impiccati del 7 aprile 1976, poi di tutti i 7 aprile o quasi che riempivano di gioia questo Caligola moderno; carnai; tracce di carnai; muri macchiati di sangue scoperti in tutte le tappe dei miei viaggi; murati vivi che la rivoluzione ha estratto dalle prigioni e che finalmente non hanno più paura. Per quanto mi ripeta che questo morto ha avuto mille occasioni di negoziare, di fermare tutto, di mettersi in salvo e che, se non l’ ha fatto, se ha preferito dissanguare il suo popolo fino alla nausea, vuol dire che, con cognizione di causa, è andato incontro al suo tragico destino. Per quanto pensi che noi europei non siamo nella posizione più adatta per infliggere a chicchessia lezioni di umanità rivoluzionaria, noi che abbiamo sulla coscienza il Terrore rivoluzionario con i suoi massacri di Settembre, le donne rasate a zero dopo la Liberazione, Mussolini impiccato per i piedi e oltraggiato, i Ceausescu abbattuti come due vecchie bestie: tanti e tanti esempi di «gruppi in fusione rivoluzionaria» che si trasformano, nella foga degli eventi, in una «muta linciatrice», come diceva Sartre! Ebbene, forse sono un’ incurabile «anima bella» o un avversario irriducibile di quel male assoluto che, in qualsiasi circostanza, è la pena di morte. Ma c’ è qualcosa, nella scena del linciaggio, che provoca in me repulsione. C’ è una ferocia che mi ripugna e che nulla scusa. Peggio ancora: l’ immagine dell’ agonia filmata, poi mostrata, rimbalzata su tutte le televisioni del mondo, trasformata in sfondo schermo, raggiunge, con l’ aiuto della tecnica, il culmine nell’ arte della profanazione. E non parlo della scena successiva: il corpo esibito, mezzo nudo, in una camera frigorifera di Misurata, dove sfilano i combattenti esultanti, filmandosi fra loro o facendosi filmare mentre fanno la «V» di vittoria accanto al cadavere in stato di decomposizione, gli stessi telefoni cellulari che furono i testimoni, per otto mesi, delle peggiori atrocità commesse dal regime, ora si trasformano in strumenti sacrileghi screditando la legge immemorabile secondo cui, dall’ Iliade fino alla fondazione dell’ Islam, le spoglie del vinto si devono rispettare… Dico questo ai miei amici libici di Parigi. Lo dico ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che riesco a contattare per telefono. Quando, da Misurata, mi chiama il comandante del reggimento da cui dipendevano gli elementi incontrollati che si sono impossessati di Gheddafi, confido pure a lui che condivido il suo sollievo; che la caduta del tiranno è un grande giorno per la Libia; ma che le condizioni della sua morte, con la sua messa in scena poi trasformata in spettacolo, potrebbero corrompere, se non si fa attenzione, l’ essenza morale di una rivoluzione fin qui quasi esemplare. Tutti, credo, comprendono quel che intendo dire. Tutti i responsabili del Cnt con cui parlo sembrano esitare, come me, fra la gioia della liberazione e il disagio, se non l’ orrore, davanti a quest’ ultimo atto. Il che spiega, del resto, le loro incertezze sulla sorte della salma: autopsia o no? Commissione d’ inchiesta o no? E spiega la decisione presa abbastanza rapidamente, contro la pressione della piazza, di restituirla alla famiglia e di far luce sulle circostanze che hanno portato a trasgredire le leggi della guerra. La verità è che questa vicenda è essenziale. È più importante, per l’ avvenire dei popoli nella regione, della riaffermazione di una sharia che è ufficialmente in vigore nella maggioranza dei Paesi arabo-musulmani e il cui senso dipende sempre dall’ interpretazione, più o meno elastica, che se ne fa. Chiunque abbia riflettuto sulla storia generale delle rivoluzioni non può ignorare che è proprio sull’ episodio simbolico che si giocano, al di là della sua immagine, la verità profonda e il destino di un’ insurrezione democratica. Infatti, delle due l’ una. O questo crimine commesso in comune è, come la decapitazione dell’ ultimo re di Francia, l’ atto fondatore dell’ era che si annuncia, il suo riflesso anticipato, come diceva Camus: il che sarebbe terribile. Oppure, non è un inizio ma una fine, è l’ ultimo soprassalto dell’ epoca barbarica, il termine della notte libica, il raglio estremo di un gheddafismo bisognoso, prima di spirare, di rivoltarsi contro il proprio autore e di inoculargli il proprio veleno: la battaglia per la libertà, passato questo momento di esorcismo, riprenderebbe allora il proprio corso; un corso aleatorio, disseminato di insidie, ma, tutto sommato, piuttosto felice e fedele alle promesse della primavera di Bengasi. È questa seconda ipotesi che mi sembra, oggi, più verosimile e che, con tutte le nostre forze, dobbiamo aiutare affinché prenda corpo. È più di un atto di fede: la Libia libera non ha altra scelta.
Traduzione di Daniela Maggioni RIPRODUZIONE RISERVATA

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LOGO CORRIERE DELLA SERAArticle publié le  21 octobre 2011 :

Grande giorno per il popolo libico Finito un calvario durato 42 anni

La fine di Gheddafi è un grande giorno per il popolo libico e per tutti i suoi amici nel mondo. Segna la conclusione di un calvario lungo 42 anni, seguito dai sei mesi di una guerra di liberazione che è costata terribilmente cara in drammi e vite umane. La notte libica è finita. I liberatori di Bengasi, i difensori di Misurata, i ribelli del Jebel Nafusa, i vincitori di Tripoli e di Sirte possono finalmente deporre le armi e ricostruire il proprio Paese saccheggiato e devastato dal tiranno decaduto e dalla sua cricca. Naturalmente, faccio parte di chi avrebbe preferito vedere quest’ uomo rispondere dei suoi crimini davanti alla Corte penale internazionale. Avrei desiderato, come l’ immensa maggioranza dei libici, che fosse fatta luce su tutti gli scomparsi, i torturati, gli impiccati, le vittime di fucilazioni di massa, degli ultimi decenni da incubo. Ma quest’ uomo, rifiutando di arrendersi, malgrado le offerte che gli erano state fatte dal Consiglio nazionale di transizione come dalla comunità internazionale, ha scelto il proprio destino. Adesso, spetta agli stessi libici determinare sovranamente il loro avvenire democratico. Spetta a loro, che hanno combattuto il più delle volte in modo esemplare, esser fedeli allo spirito che li ha sostenuti durante tutta l’ insurrezione per la libertà.

(traduzione di Daniela Maggioni) RIPRODUZIONE RISERVATA

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LOGO CORRIERE DELLA SERAArticle publié le 13 octobre 2011

La piccola grande rivoluzione delle primarie socialiste francesi

E’ più di un successo. È un cataclisma. È persino una rivoluzione. Una rivoluzione nella pratica delle nostre istituzioni. Delle primarie socialiste francesi si diffidava; nessuno, all’ inizio, ne capiva nulla, né ci credeva. Queste primarie «aperte» – di cui a fine agosto 2009, su iniziativa della fondazione Terra Nova, con un appello lanciato da Libération , avevamo spiegato il principio e la necessità – hanno vinto, si sono imposte, ed è ormai difficile immaginare un’ elezione presidenziale che possa evitarle. È una rivoluzione istituzionale, in effetti. Un’ invenzione democratica. Un bel momento di democrazia. La sinistra si sta americanizzando? Eh sì, amici. Il Partito socialista era un partito di militanti, ed è diventato un partito di massa. Un partito che soffocava, con i suoi duecentomila iscritti, che ora respira, con i suoi due milioni e mezzo di votanti. Era un apparato moribondo; un grande corpo malato, che soffriva della «malattia della pietra» diagnosticata un secolo fa da August Bebel a proposito della socialdemocrazia tedesca; era quel «grande cadavere riverso» che Sartre derideva nella sua prefazione al romanzo di Paul Nizan Aden Arabia – superando se stesso, abbattendo le sue stesse frontiere, sparando sui propri quartieri generali logori e trafficoni, aprendosi, il Partito socialista si è trasformato in un simposio di sensibilità e di idee, in un grande palcoscenico più somigliante alla macchina democratica generatrice di Obama che ai cenacoli di «elefanti» da cui nascevano i congressi di Reims o di Epinay. Ecco la rivoluzione. Ecco l’ ingresso nel XXI secolo. Finalmente. La buona notizia è il risultato ottenuto da Martine Aubry. Una donna retta, coraggiosa, che sa essere offensiva senza essere aggressiva, pugnace senza essere demagoga. Un risultato che smentisce coloro – ed erano legioni – che già la vedevano annientata, sepolta sotto i sondaggi, merkelizzata. Una donna presidente della Repubblica? La fine, finalmente, della legge salica? Perché non sognare? La cattiva notizia è il risultato ottenuto da Ségolène Royal. L’ altra donna. La donna delle precedenti presidenziali. Colei che voleva essere regina e che tanto ardentemente sostenni a suo tempo. La passione politica può essere la più bella delle passioni. Ma, proprio perché si esprime in pubblico e prende il pubblico ad arbitro, può anche essere la più crudele, la più fatidica delle passioni. Le lacrime di Ségolène. L’ unzione che scompare, come il sangue da un volto. Morte in diretta? Grazia svanita? O futura icona? L’ altro motivo di tristezza è, beninteso, Dominique Strauss-Kahn. Presentandosi con una strana barba al seggio elettorale di Sarcelles, con un’ aria da militare inattivo, è apparso, a tutti coloro che hanno creduto, e credono ancora, che fosse di gran lunga il migliore, come un’ ombra sullo splendore della giornata. Ma quanti di noi ricordavano quel che è accaduto? Quanti erano ancora inconsolabili per quell’ ineguagliabile lapsus storico? Uno dei paradossi del momento non sta forse nella velocità fulminea con cui il Moloch dell’ opinione pubblica ha ingoiato, digerito, dimenticato l’ «affaire Dsk» che, a conti fatti, non ha prodotto alcun effetto? In tutto questo ritroviamo lo spirito democratico. Non lo spirito di giustizia. La palma della dignità spetta a Manuel Valls che subito, senza indugi e senza calcoli, ha dato le consegne per il secondo turno. Il vero gusto delle primarie. L’ aria della rivoluzione in corso. Il motivo di inquietudine è Arnaud Montebourg. Lo conosco. Mi piacciono la sua rettitudine, il suo atteggiamento, perfino la sua indistruttibile energia. Ma cosa farà della sua vittoria? Dove andrà? Quale sarà il suo destino politico? Può ancora essere uno dei rinnovatori della sinistra. Ma può anche divenire un altro Chevènement. Un José Bové urbano. Il difensore di una sovranità nazionale assoluta rinnovata, riciclata, ma non meno tragicamente populista e regressiva della vecchia. Lo immagino nel 2017: in piena crisi dell’ euro o di quel che ne resta, davanti a una nuova Angela Merkel. Come direbbe, in tedesco, «demondializzazione»? François Hollande è uguale a se stesso, con il fisico di Andy Garcia e la mimica di Mitterrand (nei meeting , quando scoppiano gli applausi, ha un modo di scostare il microfono col dorso della mano, in un gesto di finta impazienza, che è tipicamente mitterrandiano). Trascinato dall’ evento, Hollande. Dignitoso. Con una buona linea politica. Nulla da dire. Il problema, adesso, è il corpo a corpo del secondo turno e le cicatrici che potrebbe lasciare. Ho un suggerimento da dare. Un suggerimento semplicissimo, che però porterebbe le nostre primarie alla francese ad arricchire il genere di una variante inedita. Perché non chiedere ai due finalisti, fin da oggi, prima che inizi il dibattito fraterno ma che potrebbe essere fratricida, di fare insieme, unanimi, la dichiarazione seguente? Uno di noi, domenica prossima, avrà la meglio. L’ uno o l’ altra entrerà forse, fra sette mesi, all’ Eliseo. Ebbene, fin da ora chi di noi due vincerà le primarie si assume l’ impegno, in caso di vittoria nel maggio 2012, di proporre al perdente di oggi di diventare Primo ministro, primo collaboratore, luogotenente d’ elezione, poco importa il termine: quel che importa, è il gesto che arresti la macchina della discordia. Per l’ arte delle scaramucce assassine sarebbe uno svantaggio. Ma per la sinistra e la Francia, una conquista.

(traduzione di Daniela Maggioni) RIPRODUZIONE RISERVATA

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LOGO CORRIERE DELLA SERAArticle publié le 1er octobre 2011

I palestinesi all’Onu sbagliano Da uomo di pace vi spiego perché

Da oltre quarant’ anni sono favorevole all’ avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita – fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori – non ho smesso di dire e ripetere che è l’ unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace. Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché. La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell’ opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell’ Istituto Truman per la pace, all’ Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l’ idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull’ argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità. La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un’ idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l’ idea di negare la strada che anch’ egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all’ Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all’ evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l’ uomo che l’ ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L’ omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L’ evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d’ ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l’ assordante silenzio sull’ accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell’ Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità. E poi la domanda palestinese suppone – peggio, esige – che sia spezzato, a colpi di magiche firme, il nodo più inestricabile del pianeta: il nodo di interessi antagonistici, di aporie diplomatiche, di contraddizioni geopolitiche. Parliamo davvero seriamente? Sono quarant’ anni che si discute, spesso in malafede ma non sempre, sulla questione delle frontiere giuste fra i due popoli, e sulla loro capitale. Quarant’ anni che si dibatte, fra gente che si gioca la propria vita e il proprio destino, sul modo meno peggiore di garantire la sicurezza di Israele in una regione che non gli ha mai riconosciuto, fino a oggi, la piena legittimità. Sono sessantatré anni che il mondo si chiede come considerare il torto fatto ai profughi palestinesi del 1948 senza, tuttavia, compromettere il carattere ebraico dello Stato di Israele. E si avrebbe la pretesa di sistemare tutto questo, arbitrare questi quasi insolubili dilemmi, imballare un pacco di complessità dove ogni cosa sta nei dettagli, con un gesto spettacolare, sbrigativo, basandosi su un’ infatuazione retorica e lirica? Ma andiamo! Che leggerezza! E che pessimo teatro! Che occorra aiutare i protagonisti di tale interminabile dramma ad innalzarsi al di sopra di se stessi e a portare a termine il processo che negli ultimi anni hanno solo abbozzato, è sicuro. Che la comunità internazionale debba indurli a intendersi o, come dice Amos Oz, ma è la stessa cosa, a divorziare, è evidente; del resto, è questo il senso della recente proposta francese e degli obblighi di calendario che essa impone. Ma nulla potrà evitare il doloroso e costoso faccia a faccia senza cui non c’ è mai, da nessuna parte, un vero riconoscimento reciproco; nulla e nessuno potrà far evitare ai due protagonisti quella mossa apparentemente semplice ma che sarà per entrambi il più lungo dei viaggi: il primo passo verso l’ altro, la mano tesa, il negoziato diretto.

(traduzione di Daniela Maggioni) RIPRODUZIONE RISERVATA


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