La version italienne du Bloc-Notes de Bernard-Henri Lévy "Après la Libye, le Mali : devoir de protéger, acte 2" (Le Corriere della Sera, 15 janvier 2013)

Corriere Mali UneL’intervento francese nel Mali è una buona cosa, almeno per cinque ragioni.
1 – Dà una battuta d’arresto all’instaurazione di uno Stato terrorista nel cuore dell’Africa e alle porte dell’Europa: la risposta degli interessati, la loro disciplina, quel che scopriamo della sofisticazione delle loro armi e della loro capacità di colpire velivoli in pieno cielo, bastano a dimostrare, se pur ce ne fosse bisogno, che in effetti avevamo a che fare con un esercito del crimine, organizzato, allenato, temibile.
2 – Fa fallire quello che, al di là del Mali, era il vero scopo della guerra di Ansar Dine: rafforzare le cellule islamiche che operano, a ovest, in Mauritania e, a est, in Niger; creare un collegamento, a sud, con i combattenti di Boko Haram, il folle movimento islamico che semina la morte in Nigeria; ritagliarsi così la subregione con un asse del crimine che, senza l’attuale operazione militare, sarebbe stato quasi impossibile spezzare.
3 – Conferma, sul piano dei principi, il dovere di protezione già stabilito dall’intervento in Libia: una volta, crea un precedente; due volte, fa giurisprudenza; e per i sostenitori del dovere di ingerenza, per gli avversari di un diritto dei popoli a disporre di sé stessi, allegramente confuso con il diritto dei privilegiati di lavarsi le mani della sorte dei dannati, per chi pensa che la democrazia non abbia più frontiere di quante ne abbia il terrorismo, è un passo avanti.
4 – Riafferma l’antica teoria della guerra giusta già resuscitata, anch’essa, dalla guerra di Libia: François Hollande si è deciso a impiegare la forza in extremis; l’ha fatto in pieno accordo con la legalità internazionale così come formulata dalla Risoluzione del 12 dicembre dal Consiglio di sicurezza. Si è assicurato che l’operazione avesse ragionevoli possibilità di successo e che il male da essa eventualmente causato sarebbe stato meno grande di quello impedito. È la teoria di Grozio; è quella di San Tommaso; è una buona e bella lezione di filosofia pratica.
5 – Ripete, infine, il ruolo eminente della Francia, in prima linea nella lotta per la democrazia: Hollande sulla scia di Sarkozy? Come se fosse questo il problema! Come se quanto succede non fosse mille volte più importante di tale rivalità mimetica! Vista per esempio dagli Stati Uniti, la Francia sta inventando, qualunque sia il suo governo, una dottrina strategica ed etica che prende ugualmente alle spalle le due calamità gemelle che sono, da una parte, il neoconservatorismo e, dall’altra, il sovranismo. E di questo, senza essere esageratamente «patriottici», avremmo torto di non rallegrarci.
Resta il fatto che, mentre scrivo queste righe — lunedì sera —, la partita è lungi dall’esser vinta e che avremmo torto, ugualmente, di esultare.
1 – C’è la minaccia terroristica brandita dai talebani del deserto che, attraverso la voce di Omar Ould Hamaha, alias Barbarossa, se la prendono (Journal du Dimanche del 13 gennaio) con i francesi che, avendo «aperto le porte dell’inferno», se la dovranno prendere con sé stessi perché vi bruceranno dentro: è la caratteristica retorica di Al Qaeda; il suo delirio apocalittico; ma è un rischio reale per popolazioni civili che, come al solito, sono il bersaglio di questa gente.
2 – C’è la questione degli ostaggi francesi di cui questi ricattatori si sono accorti, probabilmente con loro grande sorpresa, che non erano gli scudi che corriere Mali 2avevano creduto e che non bastava dunque santuarizzarli: come reagiamo quando perdiamo la nostra assicurazione sulla vita? Ce ne sbarazziamo come di un pacco ingombrante? Ci vendichiamo? Negoziamo quel che resta da negoziare? O dobbiamo aspettarci di dover piangere, un giorno, dei Daniel Pearl francesi? L’idea fa rabbrividire.
3 – Sul terreno, ci sono le condizioni molto particolari della guerra del deserto: spesso si dice che il deserto è la terra più nuda e che nel deserto si è allo scoperto, più vulnerabili che altrove. È un errore; è il contrario. Chiunque abbia incrociato, in Libia, appunto, combattenti dissimulati fra la sabbia delle dune, chiunque abbia visto una colonna di pick up, che nessun satellite aveva avvistato, apparire dal nulla in cui si mimetizzava, sa che questa guerra sarà lunga, che sarà traditrice, e che sbarazzarsi dei talebani del Mali non sarà come fare una salutare passeggiata.
4 – C’è una soluzione politica che occorre favorire in ogni modo, mentre continua l’operazione militare: cosa dire ai Tuareg? Che fare della loro volontà di indipendenza antica e, in un certo modo, legittima? Come si ricostruisce un Paese senza Stato, una nazione senza governo né esercito? Nella stessa Bamako, su chi si può contare affinché sia inventato un inizio di democrazia? Sono domande per ora senza risposta e che esigeranno tanta abilità politica quanta fermezza militare.
5 – Poi, ben presto, ci sarà l’inevitabile concerto di Cassandre che grideranno all’impantanamento, al nuovo Vietnam, all’avventurismo di una guerra che doveva durare solo qualche giorno e cui fra una settimana verrà rimproverato di prolungarsi in eterno: capriccio della parola nella democrazia delle opinioni! È la politica di appeasement della Francia benpensante, priva di generosità, piena di cautela, che solo con rimpianto si decide all’unione nazionale di oggi! Si avrà abbastanza tenacia per resistervi? Si saprà contrapporre un doveroso disprezzo a chi già grida al ritorno della Francia africana (Françafrique) e dei suoi riflessi neocolonialisti?
François Hollande si trova davanti alla sua prima vera prova politica, e al suo faccia a faccia con la Storia.

Bernard-Henri Lévy


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