La version italienne du Bloc-Notes de Bernard-Henri Lévy "Vers un printemps turc" (Le Corriere della Sera, 5 juin 2013)

jpeg corriereÈ strano come la Storia esiti, balbetti, si intrecci, acceleri e, improvvisamente, si cristallizzi.

Da dieci anni, del premier turco Recep Tayyip Erdogan veniva tollerato tutto: gli arresti di giornalisti e intellettuali, l’arbitrio e il terrore quotidiani. Veniva tollerato che fossero chiuse le rivendite di bibite alcoliche con il pretesto di salvaguardare la salute pubblica, e che si condannassero per reato di blasfemia scrittori, umoristi, pianisti.

Si accettavano, in nome dell’«islamismo moderato» che si riteneva rappresentasse, gli accessi di febbre antisemiti e il rifiuto ostinato, quasi folle, di riconoscere il genocidio armeno, a pochi mesi dal suo centenario.

Ci si rifiutava di vedere la repressione dei curdi e delle altre minoranze. Di ammettere che Erdogan, prima che l’Unione europea gli ricordasse le condizioni non solo economiche, ma anche politiche e morali, poste a qualsiasi nuovo membro, aveva scelto di voltare le spalle all’Europa e ai valori che essa presuppone e incarna.

Poiché Ankara val bene una predica, era stato costruito il mito di un «modello Akp» fondato su un islamismo di Stato, controllato e, quindi, ponderato, e che doveva assomigliare — in modo un po’ più energico, ma appena! — a una democrazia cristiana all’italiana o alla tedesca.

In nome della Nato (e anche, bisogna dirlo, dei futuri oleodotti e condutture dell’Asia centrale che, si pensava, avrebbero permesso di sfuggire, un giorno, alla mano di Mosca sul rubinetto energetico da cui dipendono le capitali europee) ci si chiudeva pudicamente gli occhi davanti al soffocamento della piccola, vicina Armenia, all’espansionismo nelle repubbliche musulmane dell’ex Urss, all’appoggio senza riserve e senza scrupoli a tutti i potentati locali.

La stessa società turca, una società musulmana che pensava di avere definitivamente esorcizzato, da un secolo, i cattivi demoni dell’islamismo radicale, assisteva, impotente, apparentemente rassegnata, o forse senza crederci del tutto, al disfarsi lento ma metodico dell’eredità kemalista e delle sue belle conquiste di civiltà.

Ed ecco che un progetto immobiliare, un semplice se pur faraonico progetto immobiliare, mette fuoco alle polveri e accelera una rivolta che covava in segreto, ma non aveva trovato né le parole per dirlo, né il coraggiocorriere 2 di affermarsi.

Chi sono i manifestanti di piazza Taksim e quelli che, nelle altre città del Paese, hanno seguito le loro orme? Ecologisti mobilitatisi per salvare alberi centenari? Laici consapevoli che la loro città ospita già alcune dellepiù belle moschee del mondo e non vedono perché costruirne ancora un’altra in un luogo simbolo non solo della contestazione, ma del vivere insieme degli abitanti di Istanbul? Kemalisti spaventati all’idea che questa moschea, oltre a un centro commerciale che sarà identico a una vecchia caserma ottomana, rimpiazzi il Centro culturale Atatürk che costeggia il parco Gezi, di cui erano così fieri? Aleviti secondo i quali battezzare il futuro, terzo ponte sul Bosforo col nome di Selim I, il sultano responsabile dei massacri che li decimarono cinque secoli fa, è una provocazione che, aggiungendosi a tante altre offese e stigmatizzazioni, supera la soglia dell’intollerabile? Democratici che, nel centro commerciale e religioso progettato da un nuovo sultano in via di putinizzazione in versione ottomana, vedono l’immagine esatta dell’affarismo dal volto islamico che è al centro di questo regime e ne è la firma?

È tutto questo al tempo stesso, naturalmente. È come un velo che si strappa o una maschera che cade. È la verità di uno Stato che, dopo quasi undici anni di un potere sempre più soffocante ma che beneficiava di una crescita economica eccezionale facendo della Turchia la nona potenza mondiale, scoppia davanti agli occhi di tutti. È il re Erdogan a esser nudo ed è il mito del suo islamismo sorridente a dissolversi come un miraggio.
Non esistono solo le primavere arabe. Esiste, esisterà, una primavera turca guidata dallo stesso popolo di studenti, intellettuali, rappresentanti delle professioni liberali, europeisti, innamorati delle città e della democrazia che, sei anni fa, dopo l’assassinio del giornalista Hrant Dink, manifestavano gridando: «Siamo tutti armeni».

La Turchia entrerà, un giorno o l’altro, nell’Unione europea. Sarà una fortuna per il Paese come per l’Europa che sprofonda nella crisi. Ma dovrà riprendere la sua marcia verso la democrazia. Dovrà convertirsi pienamente al rispetto dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo. Ed Erdogan non è più — in realtà non è mai stato — il dirigente di cui la Turchia ha bisogno per arrivare a tal fine. Andava bene alle cancellerie e alla Realpolitik dell’Occidente. Ma è diventato il nemico di una società civile che non si lascerà confiscare tanto facilmente la parte nobile della sua memoria e che, oggi, gli dice: «Anche tu, Erdogan, vattene via!».

Bernard-Henri Lévy

(Traduzione di Daniela Maggioni)(c) riproduzione riservata


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